"Ed ecco sul tronco si rompono gemme
un verde più nuovo dell'erba che il cuore riposa"
Quasimodohttps://www.youtube.com/watch?v=Ud9_OgYSXbA
Aggirando l’edilizia abbiamo ricavato questo luogo virtuale, ma per la mente molto reale, per parlare insieme di psiconcologia e di psicologia. Luogo per il racconto di chi vuole condividere la propria esperienza e i propri pensieri
Fermarsi per vedere dove si sta andando, per ricordarci chi siamo in questo viaggio che continuamente ci fa cambiare, come in una danza in cui ogni passo ci avvicina o ci allontana dalle nostre parti più essenziali.
domenica 30 ottobre 2016
mercoledì 12 ottobre 2016
Racconti e incontri
Ecco ci siamo...
il tirocinio di Giomaria (Peddio), l'incontro con Daniela (Ibba), tutta l'estate al lavoro e poi Patrizia (Idile) e Marialuisa (Rocchigiani) e naturalmente Lucia (Deroma).
E poi la cena "silenziosa" a Cagliari; i contatti di Pietro (Soddu) con le sedi dell'AIL e poi noi con gli psicologi che nelle sedi lavorano finalmente : compagni in attraversamento e sosta.
Ed ecco...ci siamo, sulla pietra alta...
il tirocinio di Giomaria (Peddio), l'incontro con Daniela (Ibba), tutta l'estate al lavoro e poi Patrizia (Idile) e Marialuisa (Rocchigiani) e naturalmente Lucia (Deroma).
E poi la cena "silenziosa" a Cagliari; i contatti di Pietro (Soddu) con le sedi dell'AIL e poi noi con gli psicologi che nelle sedi lavorano finalmente : compagni in attraversamento e sosta.
Ed ecco...ci siamo, sulla pietra alta...
lunedì 10 ottobre 2016
E i gruppi di parola?
“Ci vogliono i gruppi di Parola per i genitori, non giudici”
(Andrea, 9 anni – 2011)
“Lo
so cosa sento… ma non voglio dirlo”. È
così che mi rispose un operatore al primo incontro del “Gruppo di Parola” e
riuscì a sintetizzare tutto ciò per cui questi gruppi sono nati anche
recentemente in Italia, dopo le esperienze di altri Stati europei (canadesi,
francesi e anglosassoni in particolare).
Per
spiegare meglio la funzione di un “Gruppo di Parola” e chiarirne la
denominazione, può essere utile riprendere questo pensiero: molti studi recenti
sottolineano il forte bisogno degli operatori sanitari in campo oncologico ed
ematologico di mettere parola e ricevere parola nei momenti di
traumatizzazione vicaria. La maggior parte di essi non viene formata e
informata in modo adeguato sul trauma insito nella relazione di cura, sul senso
dei cambiamenti intercorrenti nell’organizzazione delle cure, e viene lasciata sola e all’oscuro, senza
possibilità di parlare dei sentimenti e delle paure specifiche di questa
posizione lavorativa ed esistenziale.
Risulta che la maggioranza delle
decisioni vengono calate dall’alto senza che le informazioni circolino
paritariamente e facilmente tra i membri dell’equipe (medici, ma soprattutto
infermieri, ausiliari, o
ss e personale delle pulizie che nei reparti ematologici
stabilisce una relazione stretta con il paziente).
“Mettere
parola” non è sempre facile così il Gruppo, composto da altri che vivono la
medesima esperienza e condotto da una persona che viene percepita come “estranea”,
può rappresentare uno strumento importante ed una opportunità preziosa per dare un nome a ciò che si prova e,
soprattutto, per “autorizzarsi” a
provare determinati sentimenti (dolore, rabbia, vergogna, tristezza, speranza,
curiosità, etc.), esplicitandoli senza paura.
Occorre
chiarire, come specificato dalla Marzotto (2010), che “[…] il Gruppo di Parola
non ha finalità terapeutiche nel senso che non presuppone uno stato di malattia
e la relativa necessità di un cambiamento […]. Non si tratta nemmeno di un
gruppo di ri-educazione”
La
prassi metodologica sperimentata a Milano presso l’Università Cattolica - Alta
Scuola di Psicologia Gemelli è quella di:
-
4 incontri, di due ore ciascuno (di cui l’ultimo
con i coordinatori o responsabili), con 8/10 partecipanti;
-
iscrizione condivisa dal direttore del servizio;
-
condivisione e trattazione degli argomenti più
importanti attraverso l’utilizzo di emoticon*, cartelloni, letture, giochi,
drammatizzazione, etc.;
-
redazione di una lettera finale da leggere
l’ultimo giorno
-
una “ritualità” dei gesti che, nella ripetizione
durante tutti gli incontri, rappresenta un quadro simbolico importante che “rassicura”;
-
il “patto di segretezza” tra conduttore e
partecipanti che sugella la reciproca fiducia e che permette di poter esprimere
qualsiasi opinione sulla propria situazione.
Spazio comune di sogno
È nell’incontro con l’altro che
prende forma l’esperienza. In questo spazio così complesso, che comprende
svariati linguaggi, si costruiscono i significati e si condividono i vissuti.
Ma cosa succede quando si comunica con linguaggi diversi, quando le
appartenenze sociali, famigliari, istituzionali, culturali e storiche si
intersecano? Citando Gregory Bateson, padre del pensiero sistemico, possiamo
dire che, cosi come “Il fiume modella le
sponde e le sponde guidano il fiume”, noi stessi siamo allo stesso tempo frutto
e radice dell’ambiente che ci vede in relazione. È in questo luogo di
complessità che la psicologia Sistemico Relazionale trova terreno fertile su
cui posare le sue lenti, per una osservazione che non è di certo neutra
rispetto ai sistemi che osserva. È su questi presupposti che nasce l’esperienza
delle “soste”, frutto della collaborazione tra l’A.I.L. di Nuoro e la IEFCOSTRE
di Cagliari, Scuola di Formazione in Psicoterapia Sistemico Relazionale. Nell’incontro
tra la Psiconcologia e la Psicologia Sistemico Relazionale, abbiamo tratto gli
spunti teorici per l’organizzazione e la metodologia degli incontri d’equipe. Di
seguito una descrizione schematica della struttura e funzione degli incontri:
Tempi e frequenza degli incontri:
Un
incontro ogni ultimo martedì del mese, della durata di un’ora.
Modalità di iscrizione:
Per
partecipare agli incontri si è chiesto agli operatori di compilare il modulo di
iscrizione e inserirlo nell’apposito raccoglitore entro il giorno precedente
all’incontro e a partire dalla data di affissione dell’avviso.
Num. Partecipanti:
Max
6 -8 partecipanti
Modalità di conduzione:
Co-Presenza
di n.1 psicologa del reparto e n.1 psicologo della scuola di formazione in
Psicoterapia Sistemico Relazionale. La psicologa conduce l’incontro, modera gli
interventi e chiarisce le regole. Lo psicologo esterno osserva gli scambi e nella
chiusura dell’incontro restituisce in forma narrativa la trama dell’incontro.
Fasi dell’incontro:
1. Ognuno dei partecipanti può proporre un caso o un argomento
da trattare
2. Si procede con il racconto del caso da parte di un
operatore e si chiede ai partecipanti di segnare su un foglio quella che si
considera essere la parola chiave
3. Ognuno nel gruppo è chiamato a riferire il racconto attraverso
la parola chiave individuata e a
ipotizzare quale sia la motivazione, la domanda o la richiesta che il collega
fa attraverso l’esposizione del caso
4. La persona che ha prima raccontato il caso e, poi,
ascoltato i commenti, dirà come si è sentita durante l’ascolto e da che cosa è
rimasta maggiormente colpita.
5. Lo psicologo restituisce ai partecipanti il filo dell’incontro
attraverso la restituzione orientata alle ridondanze che regolano la relazione
nel qui e ora del gruppo.
venerdì 2 settembre 2016
Tra le righe
L’incontro in ospedale tra il medico e il paziente non è affatto banale. L’ospedale è familiare al medico che ci lavora e che ha orientato la sua vita ad abitarlo. L’ospedale per il medico è l’ambiente al quale la sua persona si è in vario modo adattata.
L’ospedale è un ambiente ad alta complessità in quanto abitato dalla comunità delle persone che ci lavorano e dalle persone che ne usufruiscono e che nell’ambiente fisico creano l’ambiente relazionale. Questo ambiente, o contesto, è generato più o meno consapevolmente dai suoi abitanti e li influenza in base al diverso grado di responsabilità correlato al ruolo ricoperto. Minore è il potere della persona, maggiore è il potere del contesto sui suoi movimenti. L’ambiente in cui lavora l’operatore è il risultato del modello organizzativo vigente e delle regole implicite che lo governano e che facilitano o ostacolano la realizzazione di una convivenza orientata al raggiungimento dell’obiettivo che l’organizzazione si prefigge e che, nel nostro caso, è quello di salvaguardare la salute dei cittadini e della comunità.
Il medico incontra il paziente in questo spazio e può considerare questo incontro come parte dell’ingranaggio che tende a semplificare e ridurre il più possibile la complessità, per gestirla, oppure può disporsi all’ascolto della domanda che la persona porta e che, in quanto domanda di salute implica una dimensione soggettiva e dunque una certa dose di incertezza.
Nel primo caso, l’oggettivazione della domanda di salute della persona viene intesa esclusivamente come domanda rispetto alla dimensione biologica considerata come standardizzabile e omologabile. Tale analisi della domanda metterà l’incontro tra il medico e il paziente nella dimensione della filiera delle prestazioni in cui il medico gestisce la salute della persona, la quale delega a lui integralmente l’interpretazione dei segnali del corpo e della mente.
Nel secondo caso la domanda di salute può essere esplorata anche nelle dimensioni implicite che i segnali fisici com-portano nel loro manifestarsi. L’ascolto della dimensione soggettiva, insita nella domanda di salute del paziente, implica un consapevole processo di sintonizzazione affettiva. Quando due persone si incontrano si attiva in loro questa particolare competenza, garantita dai neuroni specchio(Gallese-Onnis 2015). La sintonizzazione affettiva è la capacità di sentire l’altro in sé stessi, di avere in sé una mappa dell’altro, del tu con cui si è in relazione in quel momento. L’operatore della salute ha la possibilità di accedere consapevolmente a questa competenza per esplorare la domanda di salute della persona che è di per sé una domanda multidimensionale e soggettiva.
L’OMS, Organizzazione mondiale della sanità, propende per questo tipo di analisi della domanda, quella cioè che prende in considerazione la dimensione esplicita e implicita, oggettiva e intersoggettiva,soggettiva, biologica e psicologica e sociale. Nel definire la salute l’OMS parla infatti di “stato di Benessere psico-fisico” e non semplicemente di “assenza di malattia”.
La persona che entra in ospedale con una domanda di salute, quando la salute vacilla, si trova in uno stato di forte incertezza rispetto a sé, al sé corporeo e sociale.
La persona tende a ricercare dentro di sé i “modelli operativi interni” (Bowlby) che permettono un buon attaccamento nella relazione di accudimento. Questi modelli si sono formati nelle primissime fasi della vita di relazione… nel primo anno di vita della persona. L’ingresso in ospedale per una grave patologia comporta dunque, di per sé,una certa quota di regressione e dunque di paura, incertezza.
Il sonno è il primo a vacillare e la famiglia rappresenta il primo ambiente per la salvaguardia della propria identità in un momento che sollecita forti cambiamenti.
venerdì 24 giugno 2016
Paolo e Giacomo- storia a tre puntate tra le maglie della relazione terapeutica
Prima puntata:
"Ecco!"
Paolo: “Ecco il mio camice!" Stamattina sono arrivato prima del solito… Ho iniziato la giornata con calma questa volta e mentre percorrevo la strada che da casa mi porta in ospedale pensavo al percorso che mi ha portato qui… ai miei genitori, ai miei studi, alle persone incontrate fino ad ora. Pensavo alla responsabilità di ogni giorno verso la salute mia e dei miei pazienti…Questo pensiero mi rende fiero di solito, a volte invece ne sento la pressione…
Eccomi arrivo. C’è tanta gente che aspetta di essere visitata. Arrivo. Ci sono i miei colleghi: qualcuno è mio compagno di viaggio da tanto… qualcun altro da poco. Qualcuno in reparto ha sicuramente già iniziato ad accogliere i pazienti.
Li incontrerò piano piano, una persona per volta…
Tante persone le conosco già altre le vedo per la prima volta…
Le cartelle, i vetrini, gli esami mi danno un’idea che si forma a partire dai miei studi e mi presenta chi incontrerò…
Poi ci saranno gli occhi, i volti, la corporatura, i movimenti, il respiro…
Sceglierò il da farsi in base alla mia esperienza e a quella dei miei colleghi, alle linee guida nazionali e internazionali.
Ma in fondo so bene che quando incontro le persone, quando per la prima volta incontro una persona, è sempre un’esperienza molto importante per me, per la mia storia e per la mia professione.
A volte sono sereno, come stamattina, a volte sono teso, a volte sono preoccupato…
A volte riesco a meditare sulle parole che uso, a volte vado di fretta…a volte sono toccato da chi incontro a volte me ne sto distante. Provo a fare del mio meglio
Ecco TUTTO è pronto… ora mi presenterò e… PREGO! AVANTI
Giacomo: “Ecco gli esami!”“Ecco gli esami!”. Li ho in mano, ho portato tutto? L’impegnativa è qui, il foglio delle firme è qua. Sono a digiuno ma non importa… stamattina mi sono alzato presto…: temevo di arrivare in ritardo. Stanotte ho dormito male… è da ieri che sono un po’ agitato.
Mia moglie dorme accanto a me… Anche lei ha chiesto un giorno di permesso per domani. Sono contento che riposi. Vorrei parlarle. Non voglio che stia in pensiero. Anzi mi farò vedere rilassato perché stia tranquilla… devo dormire devo dormire… niente.
Il mio medico di famiglia mi ha mandato qui. Non so chi incontrerò… cosa mi chiederanno? Saprò rispondere? Faranno stare mia moglie con me? Potrò chiedere qualcosa? Il medico sarà gentile? Avrà tante di quelle cose da fare! Guarda come corrono… che ore sono? Potrò chiedergli qualcosa? Mi darà il foglio per il lavoro? Dovrò chiedere a lui o a qualcun’altro? Scusi … devo consegnare questo…Mi sento un po’…. Come mi sento…? Me lo chiedo da un po’… ecco tocca a me…Ora mi presenterò e … PREGO! AVANTI!
Mia moglie dorme accanto a me… Anche lei ha chiesto un giorno di permesso per domani. Sono contento che riposi. Vorrei parlarle. Non voglio che stia in pensiero. Anzi mi farò vedere rilassato perché stia tranquilla… devo dormire devo dormire… niente.
Il mio medico di famiglia mi ha mandato qui. Non so chi incontrerò… cosa mi chiederanno? Saprò rispondere? Faranno stare mia moglie con me? Potrò chiedere qualcosa? Il medico sarà gentile? Avrà tante di quelle cose da fare! Guarda come corrono… che ore sono? Potrò chiedergli qualcosa? Mi darà il foglio per il lavoro? Dovrò chiedere a lui o a qualcun’altro? Scusi … devo consegnare questo…Mi sento un po’…. Come mi sento…? Me lo chiedo da un po’… ecco tocca a me…Ora mi presenterò e … PREGO! AVANTI!

Seconda puntata
"Oggi ho saputo che"- In tre parti
I parte: il medico "Oggi ho saputo che"
Ecco, oggi il quadro è completo. Oggi è possibile iniziare con la terapia, prima però dovrò parlare al signor Giacomo della diagnosi.
Per avviare il protocollo ho da prendere il modulo del consenso informato. E’ importante che lui sappia, si ritiene che così aderisca meglio al piano terapeutico. Almeno questa è l’indicazione generale…
É suo diritto sapere. É un dovere per me informarlo.
É suo diritto, anche, essere informato in un modo tale che gli permetta di vivere al meglio il percorso di cura.
É un dovere per me informarlo gradualmente rispettando i suoi tempi di elaborazione per agevolare il rapporto con la terapia: i farmaci, i controlli frequenti…
Io e il signor Giacomo ci siamo incontrati alcune volte in queste settimane per valutare il suo stato di salute. Avevo un sospetto e ho indagato per verificare se fosse fondato. Ho cercato di tenere aperte le ipotesi con lui e tra me e me, in modo da parlare poi più chiaramente con la proposta di terapia in mano.
In questo modo mi sento più efficace e ho più strumenti di rassicurazione durante il colloquio.
Certo, ogni volta devo fare un bel paio di respiri.
A volte provo a sentire come sarebbe per me stare dall’altra parte e diventa troppo faticoso gestire le emozioni che arrivano una dopo l’altra o tutte insieme. A volte invece ho coscienza di avere una persona davanti, con la sua storia, diversa dalla mia e che quella persona ha il suo proprio modo di stare, di domandare o di stare in silenzio, di avvicinarsi e di allontanarsi.
A volte la coscienza di questa differenza aiuta, altre volte è di ostacolo… non so perché…
Ma quante storie… di’ la tua scoperta e la tua soluzione e finiscila qui. Durerà un attimo, non te ne accorgerai nemmeno e poi arriverà il prossimo e poi tornerai a casa…
No, aspetta… sono un medico… lavoro con la mia persona, con le mie mani, con i miei occhi, con la mia memoria, con la mia passione, lavoro con le persone, non solo con il loro corpo… sono una persona in equilibrio dinamico tra malessere e benessere… e incontrare le persone e sostenerle nella loro ricerca di un equilibrio dinamico tra benessere e malessere è il lavoro che ho scelto di fare quando ero un ragazzo e qualcuno, appassionandomi, ha sostenuto me in questa ricerca.
Userò uno dei modelli di comunicazione che ho imparato… mi aiuterà con le mie emozioni e a non confonderle con quelle della persona che ho davanti stamattina, il signor Giacomo, e che mi aspetta già.
Ecco:
a) scelgo lo spazio migliore a disposizione per poter ascoltare
b) cerco di capire cosa sa il paziente, che idea si è fatto del suo stato di salute
c) indago il bisogno del paziente di essere maggiormente informato e in base a questo metto a disposizione le informazioni
d) accetto e incoraggio l’espressione e la verbalizzazione delle emozioni
e) do spazio alle domande
f) chiedo al paziente di riassumere quanto condiviso
So che la comunicazione è un processo e quindi che dovrò ritornare sull’argomento più volte in seguito. La presenza di un familiare, se il paziente la vuole, gli servirà a condividere poi le informazioni e completare i pezzi non colti sul momento.
Ecco, ci siamo, AVANTI!
II parte: l’infermiere "oggi ho saputo che"
Oggi è arrivato il signor Giacomo. É da un po’ che ci vediamo per i prelievi e gli esami diagnostici di routine.
Non so nulla di cosa oggi il medico gli dirà. Sono un po’ preoccupata… abbiamo parlato tante volte.
É molto gentile, ha due bambini dell’età dei miei nipotini. Spero che vada tutto bene.
Forse lo rincontrerò per la terapia… molto probabilmente mi chiederà di avere delle delucidazioni su quanto gli ha detto il medico. Spero di avere in tempo qualche notizia per poter svolgere al meglio il mio ruolo che mi impegna ad avere una relazione interpersonale terapeutica con il paziente.
A volte dal colloquio con il medico i pazienti ricavano pochissime notizie e anche confuse. So che è naturale. Soprattutto alla comunicazione della diagnosi. E’ allora che noi infermiere risultiamo più accessibili per il procedere dell’elaborazione delle informazioni e dell’esperienza in corso…
Gli scambi con noi sono più frequenti: l’appuntamento telefonico, il prelievo, la chiamata alla visita, la somministrazione della terapia, la medicazione, l’aggiunta di un farmaco, la dimissione… Si entra e si esce dalla stanza e ad ogni contatto può emergere una domanda, un dubbio… o può venire fuori un racconto, una confidenza…
A volte tornando a casa non posso non pensare alle persone che ho incontrato e che rivedrò a breve e spesso per lunghi periodi.
III parte: il paziente "oggi ho saputo che"
Ecco ci siamo. Sono qui con mia moglie anche stamattina. Questa sala mi sta diventando familiare. Gli esami da fare li ho fatti. Oggi dovrò incontrare il medico. Non so se lei potrà entrare. Non so se voglio che entri. Non so se capirò bene… se potrò chiedere, fare domande… hanno sempre tanto da fare… ci sono tante persone intorno a me. Qualcuno è già stato chiamato alla visita, qualcuno attende di essere chiamato per i prelievi. Mi pare anche che molte di queste persone in attesa siano amici e familiari….
Ho preso il giornale per far passare questo tempo. Mia moglie nel mentre cerca su internet qualche articolo utile per la ricerca di storia di nostra figlia. Questo tempo senza sapere, fatto di analisi e ipotesi è stato molto faticoso. Ho dormito poco. Mi sono sentito in allerta. Spesso non ho riposato bene. Oggi saprò cosa mi sta accadendo e come dovrò curarmi. Mi sento un pò confuso. Come se avessi perso la sicurezza… la conoscenza del mio corpo. Sarà che ho dovuto sospendere le mie abitudini e concentrarmi sulla mia salute. Cosa che ho fatto raramente fino ad ora. La mia salute è stata lì presente senza che ci facessi tanto caso.
Stiamo uscendo da un periodo difficile. Abbiamo curato i nostri genitori e una nostra parente a cui eravamo molto affezionati e anche lei è venuta a mancare. Ma ci stiamo riprendendo piano piano. Siamo abbastanza sereni e in questo periodo siamo stati più vicini e io e mia moglie abbiamo parlato tra di noi, come non accadeva da tempo presi dagli impegni di tutti i giorni. Sì forse sarebbe meglio che entrasse anche lei. Se è possibile chiederò che entri.
Avanti signor Giacomo! La guardo mia moglie, ci alziamo, entriamo.
sabato 18 giugno 2016
Psiconcologia e approccio sistemico-relazionale
Fermarsi per capire chi siamo…
Prima dell’incontro
Martina: Domani ci sarà il gruppo con gli operatori, la psicologa ci farà sedere tutti intorno per parlare di un caso del reparto o di un argomento che necessita di essere approfondito. “Approfondito”, questa parola mi dà un senso di pesantezza allo stomaco. Stare lì, davanti a tutti, a parlare di me in una situazione così critica, non vedo a cosa possa servire! Con tutte le cose che abbiamo da fare poi! Non so se parteciperò, sento un po’ le altre…
Ciao Paola, ti sei iscritta al gruppo di domani?
Paola: Si mi sono iscritta, è importante partecipare a questi incontri, una chiacchierata fa sempre bene!
Martina: Beh si ma con tutto quello che c’è da fare…e Cristina, tu parteciperai?
Cristina: Certo che sì, ne ho proprio bisogno, è due settimane che aspetto di parlare con la psicologa! Fosse per me ci andrei ogni giorno! Spero che partecipino tutti perché queste sono occasioni importanti di confronto. Ogni volta succedono le cose e facciamo finta di niente per poi ritrovarci sempre nella stessa situazione…c’è bisogno di fare un po’ il punto!
Martina: Sì può essere utile, anche se poi con i pazienti cambierà poco…
Psicologo: oggi ci sarà l’incontro con il gruppo di operatori, sono molto emozionato, chissà in quanti parteciperanno e quali emozioni forti oggi caratterizzeranno il gruppo. Spero di riuscire ad accoglierle e far sì che i partecipanti possano elaborarle, condividerle, in modo che si facciano più nitide e si eviti che offuschino il nostro cammino in reparto. La con-presenza ci permetterà di utilizzare al meglio le risorse, uno sguardo più interno, che colga il calore nelle relazioni con gli altri operatori, e uno più esterno che possa meglio osservare la coreografia che si crea in questo movimento tra dentro e fuori, nell’incontro costante tra sé e l’altro, in quel luogo in cui è così difficile stare, quel luogo in cui nulla si fa e proprio per questo qualcosa accade.
Giomaria Peddio
Prima dell’incontro
Martina: Domani ci sarà il gruppo con gli operatori, la psicologa ci farà sedere tutti intorno per parlare di un caso del reparto o di un argomento che necessita di essere approfondito. “Approfondito”, questa parola mi dà un senso di pesantezza allo stomaco. Stare lì, davanti a tutti, a parlare di me in una situazione così critica, non vedo a cosa possa servire! Con tutte le cose che abbiamo da fare poi! Non so se parteciperò, sento un po’ le altre…
Ciao Paola, ti sei iscritta al gruppo di domani?
Paola: Si mi sono iscritta, è importante partecipare a questi incontri, una chiacchierata fa sempre bene!
Martina: Beh si ma con tutto quello che c’è da fare…e Cristina, tu parteciperai?
Cristina: Certo che sì, ne ho proprio bisogno, è due settimane che aspetto di parlare con la psicologa! Fosse per me ci andrei ogni giorno! Spero che partecipino tutti perché queste sono occasioni importanti di confronto. Ogni volta succedono le cose e facciamo finta di niente per poi ritrovarci sempre nella stessa situazione…c’è bisogno di fare un po’ il punto!
Martina: Sì può essere utile, anche se poi con i pazienti cambierà poco…
Psicologo: oggi ci sarà l’incontro con il gruppo di operatori, sono molto emozionato, chissà in quanti parteciperanno e quali emozioni forti oggi caratterizzeranno il gruppo. Spero di riuscire ad accoglierle e far sì che i partecipanti possano elaborarle, condividerle, in modo che si facciano più nitide e si eviti che offuschino il nostro cammino in reparto. La con-presenza ci permetterà di utilizzare al meglio le risorse, uno sguardo più interno, che colga il calore nelle relazioni con gli altri operatori, e uno più esterno che possa meglio osservare la coreografia che si crea in questo movimento tra dentro e fuori, nell’incontro costante tra sé e l’altro, in quel luogo in cui è così difficile stare, quel luogo in cui nulla si fa e proprio per questo qualcosa accade.
Giomaria Peddio
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